Category Archives: Uncategorized

CERCAVI GIUSTIZIA MA TROVASTI LA LEGGE

 

Sad lonely boy on a hill overlooking the sea

Sad lonely boy on a hill overlooking the sea

Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati “, diceva Brecht. E tante volte, Bertolt, lo abbiamo fatto, rassegnandoci allo stato di cose.  Eppure, in alcune occasioni, i posti occupati si possono o si devono rivendicare, come nel caso della vecchietta stanca a cui spetta di diritto che il giovanotto  lasci la seduta sull’autobus.
Ecco, questa volta, nel caso di Stefano Cucchi, Bertolt, noi rivendichiamo uno di quei posti perpetuamente occupati: quelli della ragione.
La ragione che troppo spesso con la legge finisce col non avere poi molto a che fare; quell’annoso divario tra giustizia e legalità che nasconde in se’ un labirinto di contraddizioni etiche e democratiche; un po’ come per Sante il bandito, che cercava giustizia ma trovo’ solo la legge.

La sentenza in primo grado del processo Cucchi condanna i sei medici per omicidio colposo (con condanne lievi e per tutti sospensione condizionale della pena) ed assolve gli infermieri e gli agenti penitenziari, accusati, a vario titolo e a seconda delle diverse posizioni, di abbandono di incapace, abuso d’ufficio, favoreggiamento, falsità ideologica, lesioni e abuso di autorità.
Pur non essendone ancora state depositate le motivazioni, la sentenza ha già suscitato enormi polemiche.
La rabbia della famiglia – di un padre davanti alla cui lucida disperazione viene solo da ammutolire- non si rivolge tanto ai giudici che, per insufficienza di prove, hanno assolto gli imputati per non aver commesso il fatto, quanto piuttosto nei confronti dei PM che,  optando per una linea pavida e tendenzialmente denigratoria della parte civile, puntando tutto sull’incuria medica nei confronti di un soggetto già fragile, e rivelandosi totalmente inadeguati dal punto di vista probatorio, hanno fatto si’ che la parte più grave di quanto accaduto a Stefano passasse del tutto in secondo piano, o più esattamente finisse quasi per non esistere.

Il processo, le leggi, i commi, le attenuanti, l’accusa, la difesa, le condanne, nella vicenda di Stefano Cucchi, sembrano esulare totalmente dalla giustizia, dal buonsenso e dalla verita’.
Sono questi i casi in cui la legalità mostra tutta la sua inadeguatezza nel garantire un’eguaglianza sociale. La pedissequita’, talvolta ottusa, nell’attenersi al codice della legge  diviene quasi ridicola nella sua incapacità di garantire l’articolo 3 della Costituzione, quello che più di tutto ci preme venga rispettato, “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge” .

Bene, cosi’ non e’. Questo e’ un fatto. Un fatto insindacabile che puo’ essere affermato senza aspettare Appello e Cassazione.
Stefano era un drogato, “un tossico di merda”, stando alla dolcezza verbale di chi lo definiva quella notte; era un rifiuto della società, uno scarto, un figlio mal riuscito di questa nostra specie di eroi, una falla nelle meraviglie evolutive darwiniane e dunque non meritava di essere trattato diversamente da quello che era: immondizia.
Perche’, se vogliamo dirci la verita’, la morale della favola e’ un po’ questa: se vuoi che lo Stato ti rispetti, davanti allo Stato devi mostrarti forte; e dunque, stando alla definizione dei fascisti come ‘forti con i deboli e deboli con i forti’, lo Stato, di fondo, e’ fascista, nel senso più profondo del termine.

soli

La debolezza, la fragilita’, la sofferenza sono acido muriatico del rispetto da parte dello Stato e qualsiasi vulnus esposto legittima un trattamento più o meno violento del detenuto da parte dei funzionari statali.
I funzionari statali, del resto, non sono che i discepoli di quello stesso Stato che li cresce al sole della sua dottrina: uno Stato ipocrita, egalitariamente mascherato da difensore dei più bisognosi, asservito ai poteri forti e che veste i panni ridicoli di paladino della normalità. Una normalità che non si sa più cosa sia, in un’epoca allo sbando, in cui il male di vivere, la disperazione, la depressione, le speranze disgraziate di un qualsiasi palliativo che lenisca il dolore dello stare al mondo dominano le tormentate esistenze della collettività.

“Neanche un drogato merita di morire in questo modo”, hanno detto. Lo ha detto persino chi si erigeva a difensore di Stefano.
In questa frase s’insidia il verme che corrode dall’interno questo Stato, che altro non e’ che una mela marcia, che tra coloranti e bollini di garanzia uccide la sua polpa migliore; una polpa fatta di individui sensibili, sofferenti, tormentati, spesso spaventati dalla crudeltà di un mondo che, se non mentiamo a noi stessi, sappiamo quanto ci terrorizzi tutti.
Stefano non si vergognava di essere anormale in un’epoca in cui la normalità altro non e’ che un vessillo patetico di una rettitudine e di una sanità che non esistono. Stefano dichiarava il suo dolore, la sua fatica ed il suo bisogno d’aiuto; Stefano, meno di chiunque altro, meritava di morire in questo modo.

Su SPINETO

 

psi

Grazie a Marco per questa immagine

Stamattina mi sono svegliata -e invece di trovare l’invasore- ho avuto un insight, come si dice in psicanalese. L’insight e’ quell’intuizione, quell’improvviso cambio di prospettiva che permette al paziente di assurgere ad una consapevolezza diversa, talvolta illuminante, di determinate faccende psichiche intorno alle quali si e’ arrovellato per anni.


Beh, il mio insight di stamane e’ a sfondo sociale, e consiste nell’aver intuito un parallelismo evidente tra due coppie di opposti che hanno entrambe perso la capacita’ e l’autonomia per rapportarsi l’uno all’altra: uomini e donne e destra e sinistra.

Partiamo da un assunto fondamentale: gli opposti non si somigliano.
Ora prendiamo questo assunto e buttiamolo nella busta dell’umido (con la speranza che serva a concimare un po’ di senno a venire) e confrontiamoci invece con l’imperativo contemporaneo: gli opposti devono assomigliarsi in tutto e per tutto.


Cosi’ non ci saranno più differenze, contrasti e soprattutto si eviterà quell’insostenibile fatica dell’interazione con l’altro da se’.

Le donne vogliono emanciparsi, vogliono che la loro voce sociale sia sonora ed arrivi fino all’ultima fila della platea, vogliono smettere di sentirsi e di sentirsi chiamate sesso debole. Ebbene? Le donne, per contare come gli uomini, devono essere uguali agli uomini (l’ autore di questo sillogismo non e’ stato ancora identificato ma lo stiamo cercando).


E qui nasce il primo misunderstanding: parità di diritti equivale ad omologazione di genere. Così inizia il calvario delle identità sessuali: donne virago che negano la loro femminilità a qualsiasi costo, terrorizzando uomini semievirati che per quieto vivere s’infilano le palle nel taschino del gilet, ottenendo come unica conseguenza reale la debacle dell’attività sessuale. 


Tutto questo con il leitmotiv di sottofondo “avete voluto la parità?”.


Come se il grande equivoco stesse nella sfumatura semantica, perché e’ vero che tra i sinonimi di parità si trova anche livellamento, ma essendoci pure ‘equiparazione, bilancio, equilibrio, pareggio’, perché focalizzarsi proprio su quella indirizzata all’appiattimento delle differenze?


Eppure sembra che questo trand vada per la maggiore.
Infatti il livellamento sembra essere l’obiettivo politico tanto della destra quanto della sinistra. 


I tratti peculiari, i fondamenti identitari di ciascuno dei due schieramenti cedono il passo alla politica del buon(?)senso moderato, per la quale l’obiettivo a scadenza più  lunga e’ quello di mettere insieme il pranzo con la cena.
Lo stato d’emergenza, gridato a gran voce dalla politica tutta all’unisono, fa da paravento all’Operazione Livellamento.


L’obiettivo finale e’ una politica senza impronte digitali, in cui qualsiasi cosa si tocchi la si sia toccata tutti insieme, in cui non restino tracce ne’ colpevoli, in cui i giocatori di maglie diverse giochino tutti nella stessa squadra  e possibilmente le formazioni siano fatte da un unico coach..

Tutto sommato, direi, che i ragazzi stanno lavorando bene e sono molto vicini allo scopo.


La metafora dello spogliatoio usata da Letta, per il ‘ritiro’ del governo, diviene parabola del livellamento, assieme al “Discorso di Brescia” in cui, saggiamente, il Cavaliere ci dice che lui con i comunisti ci governa insieme.
E la cosa, tutto sommato, sembra non dispiacere a nessuno, nemmeno al neosegretario sindacalista che s’impegna a far si’ che l’alleanza delle mezze stagioni duri.
Cosi’ dopo aver lamentato per anni l’assenza delle mezze stagioni, finalmente ci troviamo davanti all’assenza delle stagioni, sospesi in una mezza stagione perenne in cui con maglietta e giacca di cotone te la cavi sempre.

TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO IN UN FREDDO GIUGNO ROMANO

 

surom

L’inverno del nostro scontento stenta a trasformarsi in calorosa estate all’assenza di questo sole romano.
Un’estate postdatata, cronologicamente puntuale, concretamente latitante, sembra il riflesso wertheriano di un’umanità che stagna in un limbo di promesse non mantenute.
Un po’ come le anime non battezzate del primo girone dantesco, anche noi sembriamo non poter assurgere al tepore celeste, congelati nell’attesa di un redentore, di una guida che ci sollevi dall’epoca in cui “sanza speme vivemo in disio”, come spiegava Virgilio.

Che il nostro salvatore potesse essere Grillo, tutti un po’ lo abbiamo sperato.
Chi lo ha votato e chi no; chi lo osanna e chi lo ingiuria; chi vede in Casaleggio lo Spirito Santo e chi riconosce in lui il Mago Thelma col portatile; chi nella Rete crede di prendere la comunione con il Corpo collettivo di Cristo e chi tra web e Sars non fa grandi distinzioni.
Tutti, infatti, dal  più credulone allo scettico per antonomasia, mal sopportano di starsene impotenti “tra color che son sospesi”. E ciascuno avrebbe volentieri  barattato un po’ di certezze politico-ideologiche con l’avvento di una nuova era che ci liberasse dalle sabbie mobili e ci librasse bacchicamente verso quel futuro che  promette e non mantiene.

Il  fatto e’ che Grillo, della cui buona fede insisto a non dubitare, ha finito-sinora almeno- per privilegiare il ruolo messianico a quello politico, anteponendo la purezza ortodossa, il rifiuto preventivo, l’invasamento fideistico alla strategia politica.
Tra il ruolo di Antigone (letteralmente ‘nata contro’, colei che dice sempre di no), ovvero la certezza dura e pura di chi si affida alle leggi divine e nega qualsiasi forma di compromesso, e quella di Creonte, suo zio, il re di Tebe, colui che e’ costretto a fare i conti con le leggi degli uomini, a contemplare la mediazione politica, a chinare il capo davanti alle contraddizioni cui costringe il ruolo di domatore degli animali sociali, Grillo ha scelto i panni virginei della giovane.
L’indomita Antigone finira’ seppellita  causa la sua ostinazione a seppellire il corpo del fratello morto (corpo al quale, per ragioni politiche, Creonte ha bandito degna sepoltura e al quale ha destinato la decomposizione pubblica), un po’ come il Movimento rischia di restare seppellito lui stesso nell’ortodossismo cieco ed unidirezionale del tentativo di seppellire la  politica.

Ma e’ proprio in questa chiave che possono essere comprese le demolizioni pubbliche di tutti i dissentori : il Verbo non può e non deve essere contraddetto.  Chiunque si accinga a farlo diviene un pericolo per la compattezza della comunità e deve essere eliminato.
Questo meccanismo, a raccontarlo, non si discosta poi molto dalle politiche epurative staliniane, che nel nome del fine giustificavano qualunque mezzo, giustificando l’eliminazione di chiunque si frapponesse sul sentiero del comunismo.
Con una differenza sostanziale:  la dittatura e’ direttamente proporzionale alla chiarezza e all’urgenza del progetto, e siccome ad oggi il Movimento un progetto non ce l’ha, tranquilli, il Grillo abbaia ma non morde.
Questo pero’ e’ ben lungi dal rincuorarci, perché ci riporta a riempire le file di coloro che senza speranza vivono nel desiderio.

E qui nel limbo, come vedete, l’estate non arriva.